top of page

STRANIERA TRA I MOLTI, UNICA PER I POCHI

  • 21 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Audio AI: riflessioni ragionate dall'articolo.

Preferisci ascoltare una versione elaborata invece di leggere?


Generato con AI, questo audio trasforma l'articolo in un dialogo fluido con riflessioni extra – perfetto per ascoltare durante spostamenti o attività quotidiane. Non una lettura letterale, ma un'evoluzione per la tua crescita personale!


Il percorso, dal sé pubblico, al pensare, parlare, sentire... diversamente


STRANIERA TRA I MOLTI, UNICA PER I POCHI:


Il Nome come Profezia



Il nome che ci precede


C'è un mistero in ogni nome. Non è solo un'etichetta, non è solo un suono che ci identifica nella folla. Il nome è un'impronta energetica, una promessa fatta prima ancora che noi potessimo scegliere, un destino che ci viene consegnato come un seme da far germogliare.


E allora cosa succede quando il tuo nome significa "straniera"? Quando fin dalla nascita ti viene consegnato un destino di estraneità, di diversità, di non-appartenenza ai codici dominanti?


Quello che segue è una lettera-testimonianza. Non racconta una vita sola, ma una condizione.



A Barbara...


Lo stesso nome ci han dato per la nostra venuta al mondo.

Il nome come Augurio, dicevano i latini.

Cosa vuol dire?

Straniera?

Per chi?

Pensare, parlare, sentire diversamente ti ha reso unica e comprensibile ai pochi.

Hai vissuto così?

Ti ho incontrata in un gruppo di pochi, che si capiscono tra loro, si sostengono, ridono insieme... SÌ!

Hai vissuto come pochi riescono!

Il tuo Augurio è diventato dono per chi ha saputo accoglierlo.

Un nome che sto imparando a decifrare con questa lettera aperta a te.

Mi auguro di imparare a donare come tu sapevi fare.

Ti sarò sempre grata per averti incontrata.

Ti abbraccio... ascoltando l'eco della tua risata ... Meravigliosa!


Barbara Conigliaro


Quali sono le parole che definiscono la tua esistenza? Quale profezia porta il tuo nome? E soprattutto: sei disposto a viverla fino in fondo, anche quando questo significa essere incompreso dai molti per essere compreso dai pochi?


Questo testo è una mappa. Una guida per esplorare il territorio più raro e prezioso che esista: quello dell'autenticità radicale. Entriamo insieme.



Il nome "Barbara": anatomia di una profezia


"Cosa vuol dire? Straniera? Per chi?"


Il nome Barbara viene dal greco βάρβαρος (bárbaros), che originariamente indicava chi parlava una lingua incomprensibile, chi balbettava suoni che per i Greci erano solo un incomprensibile "bar-bar-bar". Non era necessariamente un insulto all'inizio – era semplicemente la constatazione di una differenza linguistica, culturale, di codice.


E qui sta il paradosso meraviglioso: chiamare qualcuno con questo nome è consegnargli un destino di marginalità benedetta. È dirgli: "Tu non sarai mai completamente dentro. Tu vedrai sempre le cose da un'altra prospettiva."


Ma questa non è una condanna. È un'elezione.


La domanda cruciale – "Per chi?" – svela tutto. Straniera per chi? Per la massa, per chi vive dentro schemi predefiniti. Ma non per i pochi. Non per chi riconosce nel diverso un fratello.


Il nome diventa quindi una chiamata: chi lo porta non è straniero in assoluto. È straniero tra i molti, ed è proprio per questo che diventa unico per i pochi.



Il gruppo dei pochi: dove la diversità trova casa


"Ti ho incontrata in un gruppo di pochi, che si capiscono tra loro, si sostengono, ridono insieme... SÌ!"


C'è una gioia esplosiva in quel "SÌ!" finale. Un'affermazione potente, quasi un urlo di riconoscimento e gratitudine.


Perché trovare il proprio gruppo – i pochi che capiscono, che parlano la tua stessa lingua invisibile, che ridono delle stesse cose assurde e profonde – non è un fatto scontato. È una grazia.


Igor Sibaldi li chiamerebbe viandanti: persone che appartengono più alla propria verità che al mondo.


Questi gruppi hanno caratteristiche precise:

• Si capiscono tra loro senza bisogno di spiegare troppo

• Si sostengono – perché sanno quanto costa essere diversi

• Ridono insieme – perché l'ironia è il loro linguaggio segreto


Chi incarna questa diversità non solo trova questo gruppo. Lo crea. Diventa porto sicuro per altri stranieri.



Pensare, parlare, sentire diversamente: il triplo coraggio


"Pensare, parlare, sentire diversamente ti ha reso unica e comprensibile ai pochi."


C'è una progressione in questa frase che merita di essere scomposta, perché descrive tre livelli di diversità – e quindi tre livelli di coraggio.


PENSARE DIVERSAMENTE

È il primo livello. È avere idee non allineate, visioni del mondo che non coincidono con quelle dominanti, domande che gli altri non si pongono nemmeno.


Pensare diversamente è relativamente facile da nascondere. Puoi avere i tuoi pensieri eretici e tenerli per te. Puoi vivere una doppia vita: quella pubblica, conformista, e quella privata, ribelle.


Ma poi c'è il secondo livello.


PARLARE DIVERSAMENTE

Qui la diversità esce allo scoperto. Non tieni più per te i tuoi pensieri – li esprimi. Li condividi. Li offri al mondo, anche sapendo che il mondo potrebbe non capirli, potrebbe ridicolizzarli, potrebbe rifiutarli.


Parlare diversamente richiede un coraggio superiore. Perché ti espone. Ti rende vulnerabile al giudizio, alla marginalizzazione, all'esclusione.


È dire le cose che gli altri pensano ma non osano dire. È nominare l'elefante nella stanza. È rompere i silenzi complici. È usare parole che creano imbarazzo, domande che disturbano le certezze altrui.


E infine, il terzo livello – il più profondo.


SENTIRE DIVERSAMENTE

Qui non si tratta più solo di idee o di parole. Si tratta dell'intero apparato emotivo, della sensibilità, della risposta affettiva al mondo.


Sentire diversamente significa avere risonanze emotive che gli altri non hanno. Commuoversi per cose che gli altri trovano banali. Soffrire per ingiustizie che gli altri non vedono nemmeno. Gioire per bellezze che gli altri ignorano.


Non puoi fingere di sentire quello che non senti. Non puoi forzarti a provare le emozioni "giuste", quelle socialmente approvate.


Chi incarna tutti e tre i livelli diventa unico. E comprensibile solo ai pochi.



L'augurio che diventa dono


"Il tuo Augurio è diventato dono per chi ha saputo accoglierlo."


Ecco la trasformazione centrale. Il passaggio alchemico.


L'augurio – il nome, il destino, la profezia – non resta un fatto privato, un tratto personale, una caratteristica isolata. Diventa dono.


Questo è fondamentale. Perché la tentazione di chi si sente diverso è duplice:

1. Chiudersi nella propria diversità, viverla come una maledizione, un peso, un'alienazione dolorosa

2. Oppure trasformarla in orgoglio difensivo, in superiorità, in disprezzo per i "normali"


Ma c'è una terza via, molto più rara e preziosa: trasformare la propria diversità in generosità.


Non tenerla per sé. Condividerla. Donarla. Metterla a disposizione di chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere.


E qui torniamo all'idea del nome come augurio. L'augurio che il nome porta non si realizza automaticamente. Ha bisogno di essere accolto, coltivato, incarnato. E poi – questo è il passo supremo – donato.


Il nome diventa profezia solo quando diventa azione. E diventa benedizione solo quando diventa dono.


Nel sistema cabalistico dell'alfabeto ebraico geroglifico, c'è una lettera che incarna perfettamente questa dinamica: la Bet (ב), la seconda lettera dell'alfabeto, il cui geroglifico è la casa, il contenitore, il luogo dell'accoglienza.


La Bet è la lettera con cui inizia la Torah: Bereshit, "In principio". Ma è anche la lettera della benedizione (berachà) e del dono (matanà quando combinata con altre lettere).


La Bet ci ricorda che l'esistenza autentica non è mai centrata solo su di sé. Non si vive per sé. Si vive per creare uno spazio – una casa – dove altri possono riconoscersi, rifugiarsi, ritrovarsi.


Chi incarna questa trasformazione crea uno spazio dove i pochi possono essere se stessi senza spiegazioni, senza giustificazioni, senza maschere.



Il prezzo dell'essere stranieri: la lacerazione che nessuno vede


Ma c'era anche un'altra faccia. Quella che pochi hanno visto.


Divisa. Lacerata. Sospesa in una terra di mezzo.


Da una parte il sé autentico – quello dei pochi, quello della risata meravigliosa.


Dall'altra il sé pubblico – sempre disponibile, sempre sorridente. Chi cerca disperatamente di essere approvato, di essere accettato... per quello che è naturalmente.


E in mezzo, il campo di battaglia.


LA FAME DI APPROVAZIONE


Se non posso essere normale, almeno sarò utile.


Il sorriso sempre presente. L'essere sempre lì per gli altri, anche quando dentro si cova una sofferenza che nessuno vede.


"Se sono utile, se sono gentile, se sono sempre sorridente, forse mi accetterete. Forse mi farete sentire normale."


Più ti sforzi di essere normale, più ti senti alieno. Più indossi la maschera, più ti allontani da te stesso.


E la sofferenza cresce. Silenziosa. Invisibile.


LA DOPPIA VITA


L'Angelo #62 YaHeHe'eL custodisce l'identità e la chiarezza su chi si è davvero.


Quando questa energia è bloccata: doppia vita. Il sé autentico nascosto con "i pochi". La maschera sociale per tutti gli altri.


Chi vive questa condizione porta questo peso. Non per ipocrisia – per sopravvivenza.


A sorridere quando vorresti piangere. A dire "va tutto bene" quando dentro sei a pezzi.


IL DOLORE DI NON ESSERE VISTI


"...covando dentro sofferenza per non essere apprezzata al 'Naturale'."


Gli altri ti ringraziano per la tua disponibilità. Ti apprezzano per il tuo sorriso. Ma non vedono *te*.


È come essere invisibili mentre tutti ti guardano.


La parte autentica resta affamata di riconoscimento autentico, mentre continui a nutrire gli altri con la sola versione di te che pretendono.


Anche quando si trovano i propri pochi. Anche quando si incontra qualcuno che vede davvero. A volte la ferita è troppo profonda. Il bisogno di essere "normale" troppo forte.


E così si continua a vivere divisi. A dare a tutti. A sorridere a tutti.


Mentre dentro, lo straniero continua a sentirsi straniero. Anche a casa.


*Essere autentici è difficile. Costa. A volte ti lacera. E non sempre ci riesci.*


Si resta. Si continua a donare. Si continua a ridere, anche quando dentro si è divisi.


Questa lotta imperfetta – è quello che tanti vivono ogni giorno, senza dirlo a nessuno.



L'eco della risata: cosa resta dopo


"Ti abbraccio... ascoltando l'eco della tua risata ... Meravigliosa!"


Quando qualcuno se ne va, cosa resta?


Questa domanda attraversa tutta la spiritualità umana, tutte le filosofie della morte e della memoria. E la risposta di questa testimonianza è di una precisione poetica straordinaria: resta l'eco della risata.


Non le parole dette. Non i consigli dati. Non le opere compiute.

L'eco della risata.


Perché la risata è l'espressione più pura della gioia di esistere. È il suono della libertà interiore. È la vibrazione di chi, nonostante tutto, ha trovato modo di godere la vita, di celebrarla, di non prendersi troppo sul serio pur prendendosi completamente sul serio.


Sibaldi parla spesso dell'importanza dell'ironia come strumento di liberazione. L'ironia non è cinismo – è la capacità di vedere le contraddizioni del reale e sorriderne senza esserne schiacciati. È la distanza giusta tra sé e le proprie tragedie. È il modo in cui i grandi spiriti restano leggeri pur portando pesi enormi.


E l'eco è importante. Non la risata in sé – quella è finita. Ma l'eco, la risonanza, la vibrazione che continua a propagarsi anche quando la fonte originaria si è spenta.


È questo che resta delle persone autentiche: una frequenza. Un'onda. Un'influenza invisibile ma reale che continua a muovere le vite di chi le ha incontrate.


La risata – la gioia, la capacità di essere se stessi, la generosità nell'accogliere i diversi – continua a risuonare. Continua a essere modello, ispirazione, promemoria.


E questo è, forse, l'unica immortalità che conta: non essere ricordati, ma continuare a risuonare nelle vite altrui.



Un'ultima cosa


Immagina un prisma di cristallo in mezzo a un mucchio di sassi grigi. I sassi, nella loro monotonia, si capiscono perfettamente tra loro – parlano tutti la lingua della pietra, dell'opacità, della solidità uniforme.


Il prisma invece riflette la luce in mille colori. È trasparente, è cangiante, è imprevedibile. I sassi lo guardano e non capiscono. "Perché non sei solido come noi? Perché cambi sempre? Perché questa necessità di brillare?"


Il prisma potrebbe vergognarsi. Potrebbe cercare di coprirsi di polvere per sembrare un sasso. Potrebbe frantumarsi per smettere di essere diverso.


Oppure – ed è questa la scelta cruciale – potrebbe semplicemente continuare a fare ciò per cui esiste: riflettere la luce.


E un giorno, un altro prisma passa di lì. E nel riconoscere il suo simile, entrambi esplodono in un arcobaleno che i sassi non vedranno mai, ma che per quei due prismi è la conferma che non erano impazziti, che non erano sbagliati, che la loro natura era esattamente ciò che doveva essere.


Chi vive come straniero tra i molti è un prisma.


---


© Si può uscirne crescendo | Tutti i diritti riservati


Condividi questo articolo con chi potrebbe riconoscersi. A volte, una sola frase può far sentire meno soli quelli che credevano di essere gli unici stranieri al mondo.

Commenti


bottom of page