Perdono - Compassione
- 17 lug 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 31 ago 2025

Il perdono come atto di
liberazione interiore
Il perdono è un fatto totalmente egoistico. Questa affermazione, apparentemente provocatoria, nasconde una verità profonda sulla natura umana e sui meccanismi della nostra psiche. Quando parliamo di perdono, infatti, tendiamo a immaginarlo come un gesto di magnanimità verso l'altro, come un dono che facciamo a chi ci ha ferito. Ma la realtà è ben diversa: il perdono è indirizzato a loro, sì, ma è completamente una cosa interna a noi stessi.
La prigione mentale del rancore
Quando qualcuno ci ferisce, non è tanto l'azione in sé a continuare a farci male nel tempo, quanto piuttosto la rappresentazione mentale che ne costruiamo e che continuiamo a nutrire. È un lasciare andare una nostra condizione mentale che noi abbiamo prodotto, che noi manteniamo in essere, con tutte le conseguenze che ci porta. Il rancore, il risentimento, la rabbia non risiedono nell'altro: vivono esclusivamente nella nostra mente, alimentati dai nostri pensieri ricorrenti, dalle nostre ruminazioni, dalla nostra incapacità di accettare quello che è già accaduto.
Questa condizione mentale diventa una vera e propria prigione auto costruita. Continuiamo a rivivere l'offesa, a immaginare vendette, a coltivare scenari di rivalsa. Nel frattempo, chi ci ha ferito molto probabilmente ha proseguito la sua vita, spesso inconsapevole del tormento che continuiamo a infliggerci. Siamo noi i carcerieri di noi stessi, e siamo noi gli unici che possiamo aprire quella porta.
Il peso invisibile che portiamo
Le conseguenze di mantenere vivo questo stato mentale sono molteplici e pervasive. Si manifestano nell'insonnia, nella tensione muscolare, nell'ansia, nella difficoltà a concentrarsi, nell'irritabilità che riversiamo su persone innocenti. Il nostro corpo registra e memorizza questa sofferenza auto inflitta, creando un circolo vizioso in cui il dolore psicologico si trasforma in malessere fisico, e viceversa.
Ma c'è di più: questo stato mentale influenza la nostra capacità di vivere pienamente il presente. Ancorati al passato, diventiamo incapaci di cogliere le opportunità che la vita ci offre oggi. Le nostre relazioni ne risentono, perché portiamo con noi il peso di ferite non elaborate, proiettando su persone nuove le paure e le difese sviluppate in seguito a traumi passati.
La liberazione attraverso il lasciare andare
Lasciando andare questa convinzione a noi si alleggerisce, ci si svuota qualcosa che ci permette di vivere diversamente, con leggerezza. Il perdono, inteso come abbandono volontario della nostra costruzione mentale del rancore, produce un effetto immediato e tangibile su di noi. È come togliersi un peso dalle spalle, liberarsi da catene invisibili che ci tenevano legati a un passato che non può più essere cambiato.
La compassione come strumento di liberazione
Per agevolare questo processo di lasciare andare, si può sviluppare la compassione intesa come capacità di separare l'azione commessa dalla persona che l'ha commessa. Questo spostamento di prospettiva alleggerisce significativamente il carico emotivo del "personale", quella sensazione devastante che "l'ha fatto contro di me" che ci tiene inchiodati al ruolo di vittime.
Quando riusciamo a guardare oltre la superficie dell'azione e a interrogarci sulle condizioni interiori di chi ci ha ferito, il quadro cambia radicalmente. Ha fatto quello che ha fatto, ma in quel momento ne era pienamente cosciente? Era davvero in grado di scegliere liberamente, oppure era nell'incapacità di decidere se farlo o meno? Forse agiva spinto dalla paura, dalla disperazione, da traumi non elaborati, da condizionamenti che gli impedivano di vedere alternative?
Questo spostamento di prospettiva non significa giustificare l'azione o minimizzare il dolore che ci ha causato. Significa piuttosto riconoscere che spesso le persone agiscono dalle loro ferite, dalle loro limitazioni, dalla loro inconsapevolezza. Non "contro di noi" in senso personale, ma semplicemente agendo da quello che erano in quel momento, con le risorse interiori che avevano a disposizione.
Tutto questo sposta il carico del "lo ha fatto contro di me" verso una comprensione più ampia e meno personale della condizione umana. Non siamo più al centro di una persecuzione deliberata, ma testimoni di un essere umano che ha agito dalle sue ombre, dalle sue paure, dalle sue incapacità. Questa comprensione compassionevole non cambia i fatti, ma trasforma radicalmente il nostro rapporto con essi.
Il sollievo del lasciare andare
Questo alleggerimento non è metaforico: è un'esperienza concreta che coinvolge tutto il nostro essere. La respirazione diventa più profonda, i muscoli si rilassano, la mente si quieta. Improvvisamente scopriamo di avere energie che prima erano completamente assorbite dal mantenimento di quello stato di sofferenza. È un ritorno a noi stessi, una riappropriazione della nostra vita interiore.
L'indifferenza dell'altro
Un aspetto fondamentale da comprendere è che non vi è nessuna azione fisica, economica, oggettiva che porti qualcosa all'altro, il perdonato. Il perdono autentico non richiede comunicazione, non necessita di gesti pubblici, non ha bisogno di essere dichiarato o riconosciuto. L'altro potrebbe non sapere mai di essere stato perdonato, e questo non inficia minimamente l'efficacia del processo.
Questa indipendenza dall'altro è ciò che rende il perdono veramente libero e liberatorio. Non siamo in attesa di scuse che potrebbero non arrivare mai, non dipendiamo dalla comprensione o dal pentimento di chi ci ha ferito. Il perdono diventa un atto di sovranità personale, una scelta autonoma che facciamo per il nostro benessere, indipendentemente dall'atteggiamento o dalle azioni dell'altro.
L'egoismo come virtù
Definire il perdono come un atto egoistico non è quindi una critica, ma il riconoscimento di una verità liberatoria. Significa comprendere che la nostra felicità, la nostra pace mentale, la nostra capacità di amare e di essere amati non dipendono dall'altro, ma da noi stessi. È un egoismo sano, quello che ci permette di prenderci cura della nostra vita interiore senza aspettare che siano le circostanze esterne a darci il permesso di essere felici.
In questa prospettiva, il perdono diventa un atto di maturità emotiva, una dimostrazione di forza interiore, una scelta consapevole di privilegiare il nostro benessere presente rispetto alla soddisfazione illusoria di mantenere vivo un rancore che ci consuma dall'interno. È, paradossalmente, attraverso questo "egoismo" che diventiamo capaci di amare meglio, di vivere più pienamente, di essere più presenti per noi stessi e per chi ci circonda.
La domanda cruciale
Alla fine, tutto si riduce a una domanda fondamentale che ognuno di noi deve porsi con onestà: sono disposto a rinunciare a quello che sto guadagnando/ottenendo facendo quello che sto facendo?
Perché, per quanto possa sembrare paradossale, il rancore ci dà qualcosa. Ci dà un senso di identità ("sono la vittima di quella persona"), ci dà una giustificazione per i nostri fallimenti ("non riesco a essere felice a causa di quello che mi ha fatto"), ci dà un senso di superiorità morale ("io sono migliore di lui"), ci dà persino una forma distorta di connessione con chi ci ha ferito (attraverso l'odio rimaniamo legati a loro).
Il perdono richiede il coraggio di rinunciare a questi "guadagni" secondari, di accettare la responsabilità totale della nostra vita presente, di smettere di usare il passato come scusa per non vivere pienamente. È una scelta che richiede grande onestà con se stessi e la volontà di abbracciare una libertà che, all'inizio, può fare paura.






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